Già, proprio così, un venerdì 17, alle ore 17.00, per la precisione, mi sono spaccata il naso, andando a sbattere contro il montante di una porta a vetri. L’ho raccontato anche nel mio ebook “Voglio scrivere per Vanity Fair”. Nonostante l’episodio, continuo a uscire di casa, tutti i venerdì 17 e a fare cose belle, come, ad esempio, andare a vedere la mostra di Cecily Brown alla Gam (v. la photogallery) con la collega di Marie Claire, Laura Goria, che ha scritto un pezzo meritevole di lettura QUI. Vi riporto un estratto dal romanzo, del capitolo “Un venerdì 17 coerente con se stesso”. Buone risate 🙂
Venerdì diciassette: sono sul treno diretto al Lingotto. Per l’occasione ho indossato una blusa blu a piccoli pois rossi http://www.blomming.com/mm/emmatravet/items con cintura in vita e la broche a forma di piuma acquistata a Londra, -perché, si sa, è l’accessorio che fa il look- Ripenso alla scaramanzia di Tati e alla sua frase. Non posso credere a stupide superstizioni. Quindi, me ne vado in giro lo stesso, sciolta e disinvolta. Arrivata alla stazione, cerco subito un tram. Zero assoluto. Scopro che oggi c’è sciopero. Vicino al tabaccaio vedo, però, la navetta gratuita piena di scolaresche urlanti. La prendo e arrivo al Lingotto Fiere senza problemi. Passo la giornata girovagando tra gli stand e seguendo qualche interessante “Incontro con l’autore”. Durante la pausa caffè, frugo nella stopper , che contiene i gadget per i giornalisti: c’è il catalogo-mattone con tutti i nomi delle case editrici presenti al Salone, la cartella stampa, una tavoletta di cioccolato Gobino e una copia de La Stampa. Leggo che c’è stato un leggero incremento dei visitatori. Chissà se sono aumentati anche i lettori? Dubito. Passo per caso allo Spazio Ragazzi. Qualcuno avrebbe dovuto avvertirmi di portare i paraorecchi. E’ probabile che l’incremento del quaranta per cento di presenze sia da ricercare qui dentro, tra ragazzi-bambini urlanti, armati di palloncini, bandana e zainetti gialli, e il cordolo di insegnanti ormai rassegnate nel tentativo di arginare l’orda dei P.l.a. (Piccoli lettori assatanati). Un delirio. Continuo a girare per altre due ore: mi dedico al vip watching, a sfogliare una miriade di libri, a postare le foto su Instagram http://instagram.com/ericavagliengo/ Alle due pranzo al bar dell’Autogrill. Se dovessi scrivere un articolo, il titolo sarebbe: “Come spendere dieci euro per un misero pranzo tra persone che urlano al cellulare, marmocchi che ti pestano i piedi e non avere manco una sedia per sedersi”. Ho preso un Camogli, un muffin e un caffè: totale nove euro e settantacinque. Proseguo il giro. Alle tre e mezzo mi sposto alla sala rossa dove lo scrittore Andrea Bajani presenta “Mi riconosci”, leggo sul volantino: intensissimo libro dello scrittore torinese, pubblicato a un anno dalla scomparsa di Antonio Tabucchi. E’ la storia dell’amicizia tra uno scrittore maturo e uno scrittore giovane, l’amico, il maestro si trasfigura e diventa personaggio. Incontro interessante e poi Bajani è sempre un bel vedere. “Uh ma che ore sono? Quasi le cinque. Devo scappare, altrimenti perdo il treno.” penso mentre mi alzo di scatto ed esco dalla sala. “Alla fine è stata una giornata fortunata, alla faccia di Tati. Bene, vado a prendere il treno, così arrivo in tempo per cena”. Supero l’autobus del Mars con passo veloce e mi avvio verso la penultima porta a vetri per uscire. Davanti a me ho tre persone. Decido, allora, di tagliare a destra dove sembra esserci un passaggio. Peccato che il passaggio sia formato da un montante in vetro non segnalato da alcun bollino rosso. Non ho neanche il tempo di realizzare che sto per schiantarmi, che SBANG! L’urto mi sbalza a terra. Per fortuna non sbatto la testa, grazie alla prontezza di un signore dell’Inail (così si è presentato dopo) che mi mette una gamba dietro la schiena. Ma caspita che botta! Sanguino dal naso e ho mal di testa. “Signorina, si sente bene? Ho cercato di salvarla, ma sono arrivato troppo tardi. Mi spiace. Venga che l’accompagno in infermeria”, mi dice il mio quasi-salvatore. Entriamo in una stanza piccola, con un lettino. La dottoressa di turno, dopo che le ho spiegato il fatto, mi porge del ghiaccio e parla con il signore. “Senta, gentilmente, chiami un’autoambulanza per portarmi al pronto soccorso. Ho un mal di testa pazzesco, magari è un trauma cranico e il naso non smette di sanguinare” imploro. “Mi spiace, ma non posso. Scusi sa, è il regolamento interno al Salone. Potrei accompagnarla all’ingresso nell’attesa che un suo parente venga a prenderla”, risponde con candore. “Ma siamo pazzi? Cosa paghiamo a fare le tasse sulla sanità? – inizia a sbraitare il signore -. Ora lei chiama subito l’autoambulanza, altrimenti le faccio causa. Come si chiama?”. Ma la dottoressa è irremovibile. Così lui decide di accompagnarmi al pronto soccorso delle Molinette, non prima di aver preso nome e cognome della dottoressa. “Non si preoccupi, signorina. Faremo causa!”. “Okay, ci penseremo domani. Ora mi porti solo all’ospedale, per favore, perché non resisto più”.






